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Postato il Mercoledì, 25 marzo @ 07:50:24 CDT di admin |
L’ETICA SPORTIVA
(prima parte)
Nell’articolo apparso
in questa rubrica il 10 marzo 2006 mi ero riproposto di affrontare
una tematica che avevo definito di notevole spessore e di scottante
attualità: l’etica, precisando che il tema sembra fuoriuscire dai
“sacri” testi di filosofia per invadere contrastanti campi di
attività tanto che ne troviamo tracce sui giornali o nei talk show
televisivi ove ognuno si arroga il diritto di pontificare “ex
cathedra”. Avevo, altresì, abbozzato un elenco di massima dei
settori ove l’etica interviene: il campo delle scienze della vita
(bioetica), il mondo della finanza e degli affari (etica del
business), l’ambito economico e quello politico, il settore della
comunicazione interculturale, quello della responsabilità personale
o collettiva in materia ambientale e, infine, quello delle differenze
sessuali. Sembra quasi che ci sia un’etica per tutte le cose.
Concludevo la premessa riproponendomi di approfondire questi campi di
applicazione dell’etica dopo aver chiarito il suo significato
generale e averne tracciato uno sviluppo storico.
Mi auguro di aver
adempiuto all’impegno o di aver quanto meno delineato un
sufficiente quadro d’insieme della materia.
Nell’elenco dei vari
settori d’intervento dell’etica non ne avevo però inserito uno:
l’etica applicata alle competizioni sportive, non perché lo
ritenevo estraneo alle tematiche in questione ma forse per una
sottovalutazione del problema che successivamente è venuto alla luce
in tutta la sua ampiezza facendo emergere uno scandalo che ha scosso
dalle fondamenta il mondo del calcio minandone la residua credibilità
e che, dal punto di vista del sensazionalismo giornalistico, è stato
definito in vari modi: alcuni hanno coniato dei nuovi termini
allungando la lista delle parole in “poli”, così che dopo
Tangentopoli, Militaropoli, Sanitopoli ecc. oggi abbiamo arricchito
il nostro lessico con Calciopoli e Moggiopoli. Altri hanno
americanizzato la questione parlando di Calciogate o Moggigate, altri
ancora hanno mutuato dalla storia parlando di Caduta del Sacro
Moggiano Impero, ricalcando, consapevolmente o meno, un articolo
apparso su un settimanale a tiratura nazionale, che, negli anni ’70,
pronosticando il sorpasso elettorale del PCI sulla DC, titolò “La
caduta del Sacro Democristiano Impero”.
Al verificarsi dello
scandalo si è fatta avanti una ondata giustizialista e si sono
levate da più parti voci che chiedevano nuove regole se non
addirittura nuove leggi maggiormente afflittive per sottoporre a
vincoli giuridici estremamente severi il mondo del calcio e tutti i
suoi protagonisti. Altri, invece, con maggior pacatezza, si sono
chiesti: “ma non ci sono già norme che vincolano i tesserati alla
probità ed alla lealtà sportiva?” In tal caso il problema non è
tanto quello di codificare nuove leggi più severe in materia quanto
piuttosto di pretendere da parte di tutti l’osservanza e
l’applicazione di quelle già vigenti, senza esclusione per
nessuno.
Se guardiamo con serenità
al mondo del calcio e a tutto ciò che vi ruota intorno non è vero
che esso sia scevro da leggi e da regolamenti, anzi e sono pure molto
afflittivi, tanto è che molti di coloro che sono stati condannati
dai tribunali sportivi, anche nei decorsi anni, hanno spesso
lamentato una palese violazione del diritto di difesa. Le norme,
giuste o ingiuste che siano o che tali siano ritenute, sono esistenti
ma spesse volte il mondo del calcio si è presentato come “legibus
solutus”, svincolato da qualsiasi rispetto delle leggi ed è stato
favorito in quest’atteggiamento di lassismo dalla politica: si
pensi, a titolo esemplificativo, al c.d. “Decreto salvacalcio”
che, in buona sostanza, non ha fatto altro che pretermettere o
sospendere l’applicazione del Codice Civile per la stragrande
maggioranza delle società calcistiche, consentendo loro di diluire
in un arco di tempo di dieci anni le perdite conseguenti alla
svalutazione di calciatori che si trovano al termine della loro pur
breve carriera sportiva. Ad alcune società poi è stato consentito
di concordare il pagamento dei debiti maturati nei confronti del
fisco, diluendoli in qualche decennio. Alla domanda spontanea “A
che pro tutto questo?” si è risposto candidamente che la
finalità era quella di salvare le società di calcio da un
inevitabile fallimento.
A prescindere dalla
constatazione che non a tutte le società è stato riservato questo
trattamento di favore, si sono levate voci dissonanti che
auspicavano, invece, un fallimento delle società che non erano in
regola sempre che il tutto fosse stato finalizzato ad immettere
nell’ambiente una ventata moralizzatrice facendo largo ad operatori
nuovi e non compromessi con il sistema che si era creato e capaci,
pertanto, di ridare speranza a coloro che le regole le avevano
rispettate. A tal proposito mi piace ricordare una bella frase di S.
Agostino: “la speranza ha due figli entrambi molto belli, lo sdegno
ed il coraggio: sdegno per le cose così come sono e coraggio per
volerle cambiare”. (Continua ...)
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